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Agricoltura05/06/2026 13:17

Food & Beverage, Avanzini (Conad): focus su lavoro distribuivo, scenario non facile. Attenzione a competitività

“Credo che l’attuale contributo dell’industria sia fondamentale e necessario. Come ho sempre sostenuto, oggi bisogna aggiungere una riflessione sugli scenari, che nel tempo sono cambiati e si sono evoluti. Prima di tutto ci sono due aspetti fondamentali. Il primo è quello di sistema. Quando parliamo di contributo di sistema, parliamo soprattutto degli scenari che si sono aperti, anche nuovi, in un Paese che ha enormi potenzialità e risultati importanti nel mondo agroalimentare. L’Italia è un Paese che ha affrontato negli anni un percorso complesso, ma oggi il punto principale è che si tratta di un sistema molto forte dal punto di vista qualitativo, pur con margini ridotti sul piano alimentare. È uno dei settori più ricchi e avanzati sotto il profilo dell’efficienza agroalimentare. Quando parliamo di efficienza, parliamo soprattutto del rapporto tra costi e risultati, ma anche della filiera nel suo complesso: quindi non solo il mondo industriale, ma anche quello produttivo agricolo. Ci sono due aspetti fondamentali. Il primo riguarda le merci fisiche e la distribuzione: la supply chain italiana è ancora distante da alcuni parametri di ottimizzazione che oggi altri Paesi hanno raggiunto. Il secondo tema riguarda i dati e la comunicazione d’impresa, che secondo me sarà un fattore estremamente dirompente. Nel primo caso, la supply chain va ripensata e modernizzata. Anche il Ministro ha sottolineato questo aspetto stamattina. Il sistema deve trovare modalità più efficienti ed economiche: si parla certamente di trasporti, ma anche e soprattutto dell’organizzazione dei flussi logistici”.

Così Francesco Avanzini, Direttore Generale di Conad, a margine del Forum Food & Beverage di Bormio

“Questo è uno degli elementi che da tempo pesa maggiormente sul costo dell’industria italiana e che troppo spesso ci costringe a utilizzare cinque metodi diversi invece di uno solo. Non significa che un unico fornitore, carrier o distributore debba fare tutto, ma che si possano aggregare più aziende all’interno dello stesso sistema logistico. In un Paese come l’Italia, dove la movimentazione delle merci ha margini molto bassi, l’efficienza logistica diventa quasi un’arte. Per questo è necessario riorganizzare le filiere distributive. Uno degli elementi chiave — e anche qui l’industria si sta già muovendo — è capire chi debba realmente svolgere il lavoro distributivo. Una soluzione molto più veloce e capillare potrebbe essere quella di avere più fornitori che raccolgono le merci e le portano direttamente ai nostri centri distributivi e ai punti vendita di prossimità. Oggi questo concetto non è ancora stato pienamente compreso. Ci siamo abituati a prendere le merci dai magazzini della produzione, trasferirle nei magazzini centrali e poi redistribuirle. Nel mio caso, ormai siamo quasi al 100% di questo modello, ma resta un sistema molto complesso”.

“In parte inoltre siamo già un operatore logistico. Nel nostro caso esiste già una funzione di operatore logistico. In passato ci sono state anche polemiche con alcuni fornitori che vedevano questo ruolo come una sovrapposizione. Ma la risposta è semplice: non deve esserci una dicotomia tra i ruoli. Questa distinzione rigida oggi rischia di diventare un limite. Credo quindi che l’Italia sia un Paese che può diventare molto più efficiente. Questa è la nostra sfida. L’Italia non è la Francia: è un sistema fatto di territori, distretti e province. Proprio per questo dobbiamo costruire una filiera estremamente efficiente attraverso l’industria. Spesso il freno è più culturale che reale: la difficoltà sta nel superare modelli organizzativi ormai inefficaci”.

“Quando c’è banalizzazione e commoditizzazione, la competizione è inevitabile. La competitività deve esserci: dobbiamo essere concorrenti per migliorare il sistema e soprattutto per dare valore ai clienti.
In conclusione, quando però ci sovrapponiamo con prodotti e merci che non hanno distintività, non hanno valore aggiunto e non offrono servizio, allora è chiaro che questo diventa un problema. Da un certo punto di vista, questa dinamica ha certamente inciso anche sulla marginalità, ma allo stesso tempo ha migliorato alcuni aspetti della distribuzione. Mi riferisco, ad esempio, al tema dei doppi distributori. Partiamo da un dato: stiamo parlando di un’Italia che non cresce numericamente, con un PIL sostanzialmente stabile e una popolazione che invecchia. Le famiglie hanno cambiato composizione e abitudini di consumo, con una crescita importante del consumo fuori casa. In questo contesto, o ciascuno costruisce una propria identità — sia come prodotto distributivo sia come prodotto fisico — oppure siamo destinati a restare intrappolati in una “guerra tra poveri” che non fa bene né ai supermercati né ai produttori alimentari. Ecco perché il prezzo non può essere l’unico elemento su cui competere. Altrimenti rischiamo, come si diceva anche stamattina, di entrare in una spirale pericolosa che finisce per distruggere valore invece di crearlo. Oggi esiste una ricerca del valore che non può ridursi soltanto al prezzo o alla promozionalità. Questo riguarda sia le aziende sia il sistema distributivo. Possiamo affrontare questa sfida solo attraverso nuove competenze — che sono state richiamate anche oggi — e attraverso l’innovazione. Abbiamo vissuto una fase molto intensa di innovazione di prodotto, ma bisogna fare attenzione: la crescita dei volumi e del traffico è sempre più difficile. Per questo dobbiamo lavorare sulla differenziazione e sulla creazione di valore”.