Roma - “Non si tratta di guardare altrove per evitare il problema, ma di porre la questione in termini molto chiari. Nella mia terra, la Calabria, la mafia pakistana non si muove senza il benestare della criminalità organizzata locale. Ed è una dinamica che, ritengo, si ripeta in Puglia, in Campania, in Basilicata e in Sicilia. Io stesso vivo sotto scorta e conosco queste realtà.
Esiste un fattore ormai riconosciuto: questi fenomeni non sono legati esclusivamente al caporalato, ma rappresentano vere e proprie tratte di schiavi. Parliamo di organizzazioni straniere che gestiscono il traffico per conto e in nome della mafia italiana, perché su quei territori certe attività non si avviano senza il controllo dei clan locali.
La nostra richiesta è dunque quella di non fermarsi a una visione riduttiva. È giusto affermare che combattiamo il caporalato, ma la vera battaglia deve essere indirizzata contro la mafia nel suo complesso. Si tratta di una sfida ben più ampia e impegnativa, che richiede un dispiegamento maggiore di risorse, uomini, controlli e ispezioni. Il nostro obiettivo è far emergere questa verità, ed è sorprendente che il legame non venga evidenziato chiaramente nei grandi dibattiti sul caporalato. Ci si ferma alla superficie: forse si ha paura di toccare questo tasto?”.
Così Pierpaolo Bombardieri, segretario UIL, a margine dell’VIII Congresso nazionale Uila “Il Lavoro, l’anima che ci tiene insieme” a Roma.
Chiedo che le procure distrettuali siano investite direttamente anche di questo fenomeno, proprio perché dispongono di maggiori competenze. Finora si è fatto qualcosa, ma si può e si deve fare di più. È necessario dotare le forze dell’ordine di mezzi adeguati, incrementando il personale maschile e femminile in forza ai Carabinieri e in particolare al Nucleo Ispettivo del Lavoro, e pianificando le verifiche in concomitanza con le campagne di raccolta. È fin troppo scontato dire che le ispezioni vadano concentrate nei mesi della raccolta dei pomodori, poiché negli altri periodi i controlli perderebbero di efficacia.
La dignità del lavoro non è un tema che riguarda una sola parte, ma investe la collettività. Interessa noi per il dovuto rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici, ma tocca da vicino anche il mondo imprenditoriale, affinché non sia costretto a subire la concorrenza sleale di chi opera in condizioni di dumping. Il vero nodo della questione è questo: se non si rispettano le norme e i contratti, ci si ritrova a competere con realtà che praticano il dumping sociale ed economico. Questo non è il nostro modello di sviluppo, né lo è per le aziende sane. Credo quindi che l’appello a fare fronte comune contro questo fenomeno sia assolutamente corretto e condivisibile».