Roma - Mercosur, ecco pro e contro. E perché può essere paracadute commerciale Ue. Ma solo eliminando Effetto Rotterdam. INFOGRAFICHE
Il testo del Mercosur sarà inviato – dopo il voto del Parlamento Ue – alla Corte di giustizia dell’Unione europea per un parere legale.
La Corte di Giustizia dovrà esprimere il parere sull’accordo che piace a chi è a favore (l’industria agroalimentare e tutto il mondo del vino) e che non piace a chi è contrario (tutto il mondo del settore Primario).
IL MONDO DELL’INDUSTRIA A FAVORE: AGRICOLTURA SI VENDE TRAMITE TRASFORMAZIONE INDUSTRIA
Secondo il mondo dell’industria il Made in Italy si vende soprattutto attraverso i prodotti trasformati. I prodotti agricoli italiani non si vendono da soli, ma crescono insieme alla filiera industriale che li trasforma, li promuove e li vende in tutto il mondo. E un accordo come il Mercosur aumenta la capacità di vendita dei prodotti agroalimentari e dunque – di conseguenza – di quelli agricoli.
L’export attuale, in Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, è pari a 7.4 miliardi di euro ma potrebbe crescere – stando ai dati Unimpresa – fino a oltre 10,4 miliardi con un incremento complessivo di 3 miliardi e una crescita percentuale del 40%.
Stessa cosa – più o meno – per quanto riguarda il settore agroalimentare e bevande: l’export attuale conta circa 410 milioni di euro e potrebbe arrivare a un potenziale export di 510 milioni con un incremento di 165 milioni di euro a fine triennio.
AGRICOLTORI CONTRARI: NO A CONCORRENZA SLEALE. RECIPROCITA ESSENZIALE
Gli agricoltori ne fanno invece una questione di sicurezza e qualità. E di potenziale concorrenza sleale dovuta al fatto che – nonostante le modifiche apportate a tutela del settore – potrebbero entrare in Europa prodotti che non rispondono alle procedure di sicurezza, di origine, di sostenibilità ambientale e di qualità che sono oggi in vigore in Ue. Dato che sono parametri che si traducono in costi per le aziende, l’agricoltore italiano o europeo si troverebbe a dover fare i conti con prodotti che costano molto meno in quanto non seguono i criteri che hanno fin qui rappresentato le linee guida dell’Europa: rispetto dell’ambiente, del lavoro e della sicurezza.
In un termine: reciprocità.
MERCOSUR, IL PARACADUTE COMMERCIALE A FRONTE DELLA INSTABILITA MERCATO USA
Ma il Mercosur potrebbe avere un significato geopolitico più ampio.
In un mondo in cui l’assioma democratico, commerciale e meritocratico dell’Occidente, gli Stati Uniti, sembra mostrare fragilità con Trump e i dazi che vengono usati come minaccia economica nei confronti dell’Europa e dei singoli stati dell’Unione, l’Europa mette in sicurezza la propria economia – sebbene a malincuore – predisponendo un mercato gigante come alternativa. Una specie di paracadute commerciale. Se infatti – attualmente – il Nord Europa conta l’8 per cento delle importazioni agroalimentari dell’Ue, i paesi del Mercosur contano il 14 per cento. E – con l’accordo – sono destinate ad aumentare.
Perché non c’è nulla di peggio per le imprese dell’incertezza.
Ma non è il solo aspetto che potrebbe trasformare il Mercosur da problema ad occasione. L’accordo infatti e il potenziale rischio di entrata in Europa di prodotti non adeguati ai parametri dell’Unione, pone la necessità di mettere mano una volta per tutte alla discrasia di regole rappresentata dall’Olanda e dai Paesi Bassi. Per mettere fine – e diventa ora una necessità, una conditio sine qua non – al dumping commerciale che da tempo rende i Paesi Bassi il porto di ingresso di tutto.
EFFETTO ROTTERDAM: OLANDA PORTA D’INGRESSO IN EUROPA PER SDOGANARE IN UE PRODOTTI CON REQUISITI SICUREZZA NON IN LINEA CON MADE IN ITALY E UE
L’effetto Rotterdam è il fenomeno economico per cui le merci importate in un paese (come i Paesi Bassi, tramite il porto di Rotterdam) e riesportate verso un altro paese vengono contabilizzate statisticamente come esportazioni di quest’ultimo.
Come importare prodotti alimentari e di altro genere in Europa? Sfruttando i porti olandesi, non solo perché i Paesi Bassi hanno una logistica avanzata e sfruttano il dumping fiscale, ma soprattutto perché i requisiti richiesti per le merci sono quelli meno restrittivi tra tutti i paesi europei.
Nel 2023, secondo i dati riportati dal sito ufficiale, il porto di Rotterdam ha movimentato un volume totale di merci pari a 438,8 milioni di tonnellate, decimo porto al mondo e unico europeo in classifica. Nel 2022, secondo il rapporto ufficiale europeo, alle sue spalle, ma con quasi 200 milioni in meno, si piazza Anversa (Belgio) mentre Amburgo, il terzo, si ferma a 111 milioni, poco sopra Amsterdam, sempre Olanda, con 96. Per comprendere la differenza basta scorrere l’elenco per arrivare al primo porto italiano, Trieste, che arriva a 64 milioni di tonnellate, quasi sette volte in meno rispetto al capofila del Vecchio Continente.
OLANDA GRANDE COME LA SICILIA E’ AL SECONDO POSTO IN EUROPA PER EXPORT: GIOCA SUL VALORE AGGIUNTO
Anche per questo l’Olanda, nonostante sia grande una volta e mezzo la Sicilia, è al secondo posto in Europa per l’export: nel 2023 ha generato un valore di 845 miliardi di euro, importando beni per 712.
Ad impressionare è anche il valore delle riesportazioni: 334 miliardi di euro, di cui ben 263 verso gli altri paesi europei e solo 70 per le destinazioni extra Ue: di fatto quello che entra nei porti Orange è destinato ad essere poi esportato verso gli altri membri dell’Unione.
L’aspetto determinante è costituito dall’applicazione dei requisiti normativi a cui devono essere sottoposti i prodotti in arrivo.
L’Europa ha infatti scelto un duplice approccio per quanto riguarda le leggi legate all’importazione di beni dagli altri paesi: una “orizzontale”, basata sui Regolamenti n. 852/2004 e 178/2002, e una “verticale”.
La prima ricopre le norme generali, una sorta di minimo comun denominatore che tutti i paesi membri devono rispettare su aspetti come additivi, etichettature, igiene, mentre sulla seconda viene lasciata libertà per alzare i requisiti tanto che, ad esempio, il documento ufficiale del Foreign Agricolture Service degli Stati Uniti mette in guardia gli esportatori a prestare particolare attenzione alle singole legislazioni nazionali.
In particolare ci sono paesi, come Italia e Spagna, con norme interne molto più restrittive per la sicurezza alimentare, la salute e l’ambiente che renderebbero complicato importare beni, ma esiste un modo per superare questi limiti, assolutamente consentito, ma che genera più di una perplessità, ed è quello del riconoscimento reciproco.
In poche parole l’Olanda importa beni dai paesi extra Ue, li sdogana inserendoli poi nel commercio europeo, dove possono venire distribuiti senza alcuna restrizione inizialmente prevista dalle legislazioni nazionali, superando barriere che altrimenti sarebbero troppo complesse.
IL CASO DEI PANNELLI SOLARI CINESI ‘SPORCHI’ CHE ENTRANO IN OLANDA E DIVENTANO ‘GREEN’
E questo non vale solo per l’agroalimentare. Basti pensare ai pannelli solari.
Tra il 2021 e il 2022, il valore delle importazioni di pannelli solari olandesi è più che raddoppiato. Il volume delle importazioni è aumentato di circa il 70%
BELGIO E OLANDA, I PORTI DI ACCESSO DA CUI ENTRA LA COCAINA DESTINATA A TUTTA EUROPA
La dimostrazione provata dell’Effetto Rotterdam è il caso esemplare dell’importazione di cocaina. Secondo i dati del Viminale, la produzione si concentra principalmente nell’area andina del Sud America con i tre maggiori paesi produttori (Colombia, Perù e Bolivia) mentre i paesi limitrofi (Brasile, Venezuela, Argentina ed area caraibica) viceversa rivestono un ruolo importante quali aree di stoccaggio nonché zone di transito per l’esportazione verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America.
Ma da dove entra in Europa? sempre secondo i dati del Viminale, a livello mondiale, la cocaina viene di norma trasportata seguendo la via marittima o tramite il vettore aereo. I principali punti d’ingresso europei sono la Spagna ed i grandi porti del Nord Europa (Belgio, il Paese natale di Von der Leyen, ed Olanda).
ROTTA COCAINA VS ROTTERDAM PORTA INGRESSO UE – DATI VIMINALE
La cocaina arriva nascosta in carichi “di copertura” tramite container stivati in grandi navi commerciali ovvero, via aerea, tramite i cosiddetti “corrieri ovulatori”. I flussi che attraversano l’Africa, insistono sui Paesi del versante occidentale dai quali la sostanza poi riparte:
- -via terra, sfruttando le diverse diramazioni della «rotta del Sahel» in direzione dei Paesi della costa settentrionale del continente africano e di là verso i mercati di consumo europei;
- -via mare, lambendo le coste nord occidentali africane, per entrare nel Mediterraneo (attraverso lo stretto di Gibilterra) ovvero proseguendo attraverso l’Oceano Atlantico in direzione dei grandi porti europei già citati.
Di recente è stata rilevata una nuova rotta che, transitando nel bacino del Mediterraneo, si dirige verso i porti dell’area balcanica e/o del Sud-Est Europa per poi ripercorrere la rotta balcanica tradizionalmente utilizzata per il traffico di eroina.
OLANDA ‘BATTITORE’ LIBERO IN UE: BUCO NERO DOVE FINISCONO I SOLDI DEGLI ALTRI STATI MEMBRI
Già nel 2018 gli investimenti esteri in Olanda sono pari a più di cinque volte il Pil.
Tra i Paesi più colpiti al mondo da queste strategie di profit shifting, vi sarebbero i grandi Paesi UE: Germania 29%, Francia 24%, UK 21 % Italia 19%; mentre a livello extra UE i più colpiti sarebbero USA 17% e Brasile 10%.A livello globale, l’Unione europea si presenta perfetta per operazioni ‘triangolari’, in ragione del fatto che si presenta come un grande mercato comune dove però continuano a competere in maniera non sempre leale gli Stati sovrani differenti.Come già osservava la Commissione nella propria risalente “Raccomandazione sulla pianificazione fiscale aggressiva“ del 2012.
IL PROFIT SHIFTING
Il Profit shifting, ovvero lo spostamento dei profitti per pagare meno tasse è praticato soprattutto da sei paesi europei: Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta. Operano di fatto un dumping fiscale contrario al principio di solidarietà tra i membri dell’Unione previsto dai trattati. Se un’azienda opera in Italia, manda gli utili in Olanda e l’Olanda non la tassa, il gioco è fatto.
E ad avere la sede legale in Olanda sono soprattutto le multinazionali, come la Exor degli Agnelli (cui fa capo la Stellantis che ha i tavoli aperti con il Mimit di Adolfo Urso per mantenere i livelli occupazionali a Melfi) e Unilever. Aiuti italiani permessi grazie alle tasse pagate dalle piccole e medie imprese italiane.
Secondo il rapporto “Offshore shell games 2017” dei due istituti di ricerca statunitensi Itep e Us Pirg – più della metà delle società della classifica Fortune 500 ha almeno una filiale nei Paesi Bassi, la percentuale più alta prima di paesi come Singapore, Hong Kong e Lussemburgo, dove il fisco è particolarmente amico delle imprese.
PER SAPERNE DI PIU
Mercosur, Ue: segnale geopolitico, accordo essenziale per Europa. Abbiamo tutelato agricoltori






