Roma - Uila, Mammucari: ripartire dal lavoro giusto, al centro ci sia la contrattazione e rappresentanza. VIDEOINTERVISTA
“Siamo convinti che troppo spesso anche il sindacato si sia concentrato sui dati economici, sugli andamenti, importanti e fondamentali, delle innovazioni tecnologiche e delle dinamiche del mercato. Troppo spesso, invece, ci dimentichiamo dell’anima, che è il cuore dell’azione sindacale.
Senza anima non ci sono proposte. Senza anima non c’è ascolto attivo. Se non ci si lascia attraversare dai bisogni delle persone che rappresentiamo, non riusciamo nemmeno a comprendere davvero la necessità di rimettere al centro il lavoro umano come indispensabile fattore moltiplicatore: non solo per la democrazia, non solo per edificare le fondamenta delle nostre comunità territoriali, ma anche come fulcro centrale della vittoria del nostro Made in Italy.”
Così ad AGRICOLAE la segretaria generale Enrica Mammucari a margine dell’assemblea generale in corso a Roma.
“Ripartire dal lavoro giusto significa, innanzitutto, dire un secco no e assumere una chiara posizione politica di fronte alle barbarie che abbiamo visto consumarsi in questi giorni. Non solo quelle che abbiamo imparato a conoscere tragicamente nove giorni fa in Calabria, ma anche tutte quelle che le hanno precedute.
Su questo non abbiamo dubbi: dobbiamo tracciare un confine netto tra chi disapplica il contratto e chi, invece, costruisce un sistema schiavistico e paraschiavistico. Lì c’è la collusione delle tante mafie presenti nel nostro Paese e lì c’è bisogno di più Stato. Più Stato significa più controlli, più forze dell’ordine in grado di governare e presidiare le dinamiche di quei territori, fino ad arrivare, se necessario, anche all’ausilio dell’esercito. Perché in certi territori non è possibile, non è accettabile, assistere alla tratta degli schiavi come se si trattasse di bestie. Anzi, un camion pieno di animali viene fermato più volte di un carro bestiame fatto di uomini e donne provenienti da altri Paesi, arrivati qui per cercare lavoro.
Ma insieme all’azione repressiva, necessaria per favorire quella cultura della legalità che è alla base di qualunque processo rivoluzionario e capace di modificare davvero i modelli di sviluppo economico, dobbiamo rimettere al centro la responsabilità, attraverso la contrattazione e la rappresentanza.
Che cosa significa? Significa dare concreta attuazione a tutta quella parte della normativa che rappresenta una vera cultura della prevenzione. La legge 199 non ha soltanto inasprito le sanzioni: ha trasformato, equiparando l’imprenditore al caporale, il ruolo di agente di un reato. Ma contiene anche una parte profondamente propositiva: quella che ci impone di chiederci come staccare il tubo dell’ossigeno ai caporali.
Perché se i caporali continueranno a svolgere un servizio efficiente di incontro tra domanda e offerta di lavoro, garantendo trasporti e politiche abitative, allora significa che stiamo fingendo di non conoscere i problemi per i quali, dieci anni fa, conquistammo quella norma.
Se oggi c’è bisogno di un nuovo equilibrio tra Stato e parti sociali, noi siamo pronti. Lo siamo attraverso gli enti bilaterali territoriali agricoli. Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo in alcuni territori nei quali, senza il sostegno di alcuna risorsa aggiuntiva, le parti sociali stanno cercando di rendere trasparente il mercato del lavoro e di occuparsi delle politiche attive.
Perché non c’è soltanto il tema di come contrastare lo sfruttamento. Dobbiamo porci anche l’interrogativo su come includere, nei nostri campi, nelle nostre aziende e nei nostri territori, lavoratori e lavoratrici provenienti da altri Paesi. Ormai rappresentano un elemento strutturale del mercato regolare e un fattore strategico non solo per l’equilibrio produttivo, ma anche per il futuro previdenziale del nostro sistema.
Esiste però una parte di questi lavoratori rimasta nell’invisibilità: tutti coloro che sono entrati con i precedenti decreti flussi. Prima del 2024, infatti, e prima del decreto-legge 145, il decreto flussi prevedeva un tetto massimo alla conversione dei rapporti di lavoro da stagionali a tempo determinato o indeterminato.
Dobbiamo allora distinguere un prima e un dopo. E il dopo lo abbiamo visto nel 2025. Per la prima volta, dopo l’abolizione di quel tetto di conversione, c’è stata una risposta di responsabilità sociale da parte del sistema delle imprese. Ventiquattromila lavoratori agricoli entrati nel nostro Paese con un contratto stagionale hanno avuto la possibilità di ottenere un titolo legale stabile.
Ma tutti coloro che erano entrati in precedenza – e stiamo parlando di centinaia di migliaia di lavoratori – sono arrivati con un permesso regolare, con una promessa di lavoro o con un contratto stagionale e, tuttavia, sono diventati vittime dell’intermediazione illecita già prima della partenza verso l’Italia.
Per questo abbiamo chiesto con forza, e continuiamo a chiedere, la loro stabilizzazione nel mercato del lavoro, in risposta anche alle esigenze manifestate dalle imprese.
Tutto questo serve a dire una cosa molto semplice: l’agroalimentare italiano deve profumare di legalità, deve avere il sapore dei diritti e deve diventare il modo attraverso cui rivendichiamo la condizionalità sociale in Europa e il principio di reciprocità nelle dinamiche commerciali comunitarie e internazionali.
Se non agiamo su più fronti e se non rafforziamo il dialogo e l’unità di intenti, rischiamo di avere un Paese più fragile, con meno agricoltura e meno agroalimentare. E rischiamo che, in assenza di coerenza, a vincere siano altre produzioni provenienti da altri Paesi.
Noi, invece, siamo convinti che le dinamiche commerciali debbano servire a innalzare gli standard della qualità del lavoro, ad accrescere la consapevolezza dei consumatori quando acquistano un prodotto: a quale prezzo lo acquistano e che cosa si nasconde dietro quel prezzo.
Dobbiamo essere consapevoli che, dentro una redistribuzione equa lungo tutta la catena del valore dell’agroalimentare, c’è il rispetto della dignità del lavoro.
La Uila continuerà a metterci quest’anima. Lo farà dentro le proprie leghe, ascoltando e rappresentando i lavoratori e le lavoratrici più umili. E continuerà a farlo credendo che il lavoro è vita e che questo, in fondo, convenga a tutti quanti, anche a quelli che non hanno tanto cuore.”