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Agricoltura12/02/2024 15:45

Agricoltura. Ue impedisce di coltivare mentre Cina, Russia, India e Arabia puntano ad autosufficienza e stoccaggio. Niente guerre senza cibo

In una fase storica di forte incertezza sociale e geopolitica, dovuta prima al Covid e poi alla guerra russo-ucraina, l’approvvigionamento di cibo è divenuta questione centrale nelle agende politiche di tutti i governi. Il settore agricolo si è riscoperto comparto strategico per la sua capacità di sfamare le popolazioni e, in un mondo sempre più interconnesso, per la possibilità di affamarne altri. Dunque il cibo come risorsa e come arma, le cui dimostrazioni si sono avute nel corso degli ultimi anni con l’epidemia covid e con la strategia russa sul grano in grado di destabilizzare il commercio mondiale.

A dispetto dell’Europa e della strategia green della Pac verso una progressiva riduzione delle produzioni che – stando ai report della Wageningen University e del Dipartimento USA dell’Agricoltura avrebbe portato a un’inevitabile crescita della povertà e dell’insicurezza alimentare in tutto l’Occidente – alcuni Paesi sono andati esattamente nella direzione opposta con misure atte a garantire l’autosufficienza dei beni Primari. Russia, Cina e Arabia – che giocano un ruolo chiave nella geopolitica delle guerre in corso – hanno saputo maggiormente approfittare delle occasioni nate. 

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La Cina rappresenta il più grande produttore al mondo di grano e nella recente Conferenza Centrale sul lavoro rurale svoltasi a Beijing è stato dichiarato come il paese del Dragone abbia raggiunto un nuovo record storico, con una produzione totale di 1390 miliardi di chilogrammi. Questo rappresenta un aumento di 17,76 miliardi di chilogrammi, pari all’1,3% rispetto all’anno precedente, con un andamento stabile a oltre 1.300 miliardi di chilogrammi per nove anni consecutivi.

A ciò si aggiungono le enormi capacità di stoccaggio del Dragone, in grado di modificare gli scenari del commercio globale, basti pensare che a gennaio 2022 (poco prima dello scoppio della guerra russo ucraina) la Cina possedeva il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% di quelle di riso e il 51% di grano. Scriveva il Corriere della Sera: “Entro il primo semestre 2022 il Paese del Dragone avrà comprato e stoccato il 60% del grano presente sui mercati mondiali. Il principale produttore al mondo, il caso vuole, è l’Ucraina che probabilmente ne è stato ignaro fornitore non immaginando quello che sarebbe accaduto solo pochi mesi dopo”.

Sull’altro fronte la Russia che detta le regole del commercio globale. Secondo i dati diffusi dal dipartimento Usa per l’agricoltura ha raggiunto un raccolto di grano record di oltre 92 milioni di tonnellate nel 2022-23, in aumento del 22%. In tal modo l’offerta totale di grano della Russia ha superato per la prima volta i 100,0 milioni di tonnellate. Si stima inoltre che la Russia esporterà 45,5 milioni di tonnellate nel 2022/23, riporta sempre lo Usda.

Qui il rapporto del Dipartimento USA dell’Agricoltura (Usda): 

Usda-Russia

Tra Cina e Russia si inserisce poi l’India che per il 2023/24 prevede nel grano la produzione record di 114 milioni di tonnellate, come ha fatto sapere il presidente della Food Corporation of India (FCI) Ashok K Meena, con il ministro dell’Unione Piyush Goyal che ha elogiato l’autosufficienza alimentare dell’India come un risultato straordinario. Una produzione in costante crescita, passata dai 107.7 milioni del 2021/22, ai 110.55 milioni di tonnellate del 2022/23 fino appunto agli attuali 114 milioni di tonnelate.

IL RUOLO DEI BRICS

Sarà importante ricordare che i tre maggiori produttori di grano (Cina, Russia, India), che puntano sulla sovranità e autosufficienza alimentare e che a dispetto delle criticità registrate negli ultimi anni hanno registrato numeri record nel settore agroalimentare, fanno parte dei BRICS, ossia del blocco delle economie mondiali “emergenti” (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) in ottica anti occidentale. Ed il ruolo dei BRICS rischia di divenire sempre più centrale in campo agroalimentare e geopolitico.

Se difatti mantenere il flusso di cereali ucraini rimane fondamentale per la sicurezza alimentare globale si capiscono le ragioni che hanno portato la Russia a ridurre drasticamente -con attacchi e strategie mirate- la produzione di grano ucraino ed a porre fine all’iniziativa sui cereali del Mar Nero. Dichiarava a luglio 2023 Josep Borrell, alto rappresentante per gli affari esteri: La Russia continua a utilizzare il cibo come arma. Ponendo fine agli accordi, la Russia è l’unica responsabile delle interruzioni delle forniture di cereali a livello mondiale e dell’inflazione dei prezzi alimentari a livello mondiale.”

Sullo sfondo l’allargamento a gennaio ad altri paesi: Egitto, Emirati Arabi, Etiopia e Iran. Con l’Arabia Saudita alle porte e in procinto di aderire, ma su cui pesano i rapporti con l’Iran (la TV di stato saudita aveva riferito all’inizio di gennaio -fa sapere Reuters- che il regno aveva aderito al blocco, per poi rimuovere le notizie dai suoi account sui social media in seguito). Ed è proprio in Arabia Saudita che continuano le politiche di approvvigionamento per fare “tesoro” dei beni Primari, in primis del grano (carboidrati) e di pollo (proteine) per garantire e aumentare l’autosufficienza e fornire i prodotti alimentari essenziali mirati.

Se la Pac 2023-2027 chiede agli agricoltori europei di ridurre le proprie produzioni, il New Dawn” 2023-2027  (nuova alba) del Regno Saudita è teso nella direzione di quella che viene chiamata in Arabia Saudita “Visione 2030” per garantire l’autosufficienza alimentare.

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Chiaro dunque che il blocco dei paesi Brics sia motivo di preoccupazione per le economie occidentali ed anche in questa ottica vanno interpretati gli sforzi italiani col piano Mattei e di un’Europa ancora troppo passiva in Africa, per non lasciare il continente africano in mano a russi, cinesi e sauditi. Ossia ai BRICS.

E la posta in palio è alta, non solo l’Africa rappresenta un enorme serbatoio di materie prime in grado di far fronte alle richieste green della sostenibilità ambientale, ma possiede anche il 60/65% delle terre arabili ancora non coltivate. Un potenziale enorme che garantirebbe maggiore sicurezza alimentare a livello globale. Ma oltre a materie prime, terre coltivabili e investimenti infrastrutturali l’Africa offre forza lavoro a basso costo.

L’Africa ha attualmente una popolazione di 1,3 miliardi di persone e per il 2100 dovrebbe crescere arrivando a 4,3 miliardi, oltre la metà dei 54 stati del continente vedrà la propria popolazione raddoppiata entro il 2050. Nello stesso anno si prevede che almeno il 25% della popolazione, cioè una persona su quattro, sarà africana. 

Altri dati fanno luce sul fenomeno.

Il 40% di tutti gli africani ad oggi sono bambini sotto i 14 anni. E se nel periodo 2020-2029 le madri africane metteranno al mondo 450 milioni di bambini, in quello 2040-2049 saranno addirittura 550 milioni. Quasi la metà di tutti i bambini nati nel mondo in quel decennio.

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Nel 2022 la Cina si è confermato il primo partner commerciale del continente con 282 miliardi di dollari di interscambio, in aumento dell’11% rispetto al 2021. Proseguono intanto gli investimenti, dalle infrastrutture all’energia all’estrazione di terre rare. 

Vi è poi il ruolo giocato dalla Russia, non solo in ambito commerciale con investimenti nel settore energetico ad esempio, ma specialmente a livello di influenza esercitata sul continente. Anche e soprattutto in campo militare.

Sullo scenario africano si sta poi affacciando prepotentemente l’Arabia Saudita. Il Fondo saudita per lo sviluppo firmerà accordi del valore di 2 miliardi di riyal (533 milioni di dollari) con i Paesi africani, ha fatto sapere il ministro delle Finanze saudita Mohammed Al Jadaan durante la conferenza economica arabo-saudita-africana a Riad lo scorso novembre.

LE PROTESTE AGRICOLE IN EUROPA

Per tutti questi motivi sembra apparire, a quanto emerge oggi con le proteste dei trattori in strada, contro intuitiva, oltre che controproducente, la scelta dell’Ue di ridurre le sue produzioni agricole in un momento di forti tensioni geopolitiche che negli ultimi anni stanno ridisegnando le sfere di influenza globale. Il che significa tra l’altro demandare l’approvvigionamento di cibo a paesi terzi, con tutti i rischi derivanti, dalla sicurezza alimentare fino al rischio approvvigionamento in caso di interruzione dei flussi.

Per tale ragioni le proteste attualmente in corso, (che si consumano – almeno per ora – solo ed esclusivamente sul territorio comunitario) così come quelle dei mesi passati, in tutta Europa rischiano di spaccare un settore strategico per la sicurezza alimentare, economica e sociale delle nazioni. Il tutto a vantaggio di alcuni paesi, come appunto i BRICS e specialmente Cina, Russia o Arabia Saudita pronte ad approffitare dei passi falsi europei -tra inflazione e costi di produzione in costante aumento- e con meno remore dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Ad oggi, così strutturata, più un fardello che una vera opportunità per l’Europa.

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